venerdì 18 luglio 2014

Lo Psicoterapeuta e la Psicoterapia





Chi è lo Psicoterapeuta?
Lo psicoterapeuta è il professionista psicologo, o anche medico, che ha conseguito una specifica formazione professionale di durata almeno quadriennale, presso scuole pubbliche o private riconosciute. L'abilitazione all'esercizio della psicoterapia avviene ai sensi dell'art. 3 della Legge 18 febbraio 1989 n.56. Tuttavia in fase di prima applicazione della Legge è avvenuta anche ai sensi dell'art. 35 della medesima.

Definizione di Psicoterapeuta
La legge 56/89, oltre a definire - all'art. 1 - la professione di psicologo, indica anche - all'art. 3 - i requisiti per l'esercizio dell'attività psicoterapeutica: "L'esercizio dell'attività psicoterapeutica è subordinato ad una specifica formazione professionale, da acquisirsi, dopo il conseguimento della laurea in psicologia o in medicina e chirurgia, mediante corsi di specializzazione almeno quadriennali che prevedano adeguata formazione e addestramento in psicoterapia, attivati ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica 10 marzo 1982, n. 162, presso scuole di specializzazione universitaria o presso istituti a tal fine riconosciuti con le procedure di cui all'art. 3 del citato decreto del Presidente della Repubblica."

Possiamo sostenere che la psicoterapia esiste allo stato naturale delle relazioni umane, per esempio quando in una situazione di sofferenza, sperimentiamo il beneficio della vicinanza di qualcuno, oppure quando il confronto con qualcuno ci aiuta a comprendere meglio il nostro stato o i nostri bisogni. Da questo punto di vista siamo tutti alternativamente terapeuti e pazienti nella vita quotidiana.
Il bisogno di una psicoterapia strutturata professionalmente nasce quando le relazioni di aiuto naturali non hanno funzionato. La psicoterapia è un aiuto dato con strumenti psicologici e il suo scopo è quello di aiutare il paziente ad attivare le sue risorse e a non aver più bisogno del terapeuta.
La psicoterapia non è l’applicazione di una tecnica su qualcuno, non si fa sul paziente ma con il paziente, quindi presuppone l’impegno del paziente nella relazione terapeutica e una condivisione di percorsi e obiettivi. Essa può essere richiesta direttamente della persona che sta male o indirettamente a volte da chi sta vicino a chi sta male e non riesce a chiedere aiuto (o perché non può farlo perché piccolo o perché ha perso il contatto con la realtà e sta manifestando un disturbo psicotico).

Quanto dura? Il lavoro terapeutico deve essere inteso come un percorso a medio-lungo termine e consiste nell’aiutare la persona a prendere coscienza dei suoi condizionamenti in modo che possa scegliere in maniera consapevole se continuare a adottare quei comportamenti poco funzionali.

La psicoterapia considera il dolore come il segnale di qualcosa d’importante che sta accadendo dentro e intorno a noi, da comprenderlo per poterlo gestire o allontanare.
Pensiamo al dolore dei denti: è sicuramente sgradevole ma se la carie non provocasse dolore non verrebbe curata e verrebbe perso il dente. Allo stesso modo, il dolore psichico, segnala l’esistenza di un problema che chiede di essere compreso e affrontato.
La sofferenza non è malattia ma una condizione umana; possiamo parlare di malattia quando le persone sfuggono dal dolore in situazioni in cui è invece naturale, logico, umano che soffrano. Spesso sfuggono da esso perché incapaci di vederlo e viverlo, a volte aiutandosi con sostanze, legali o illegali.
Bisognerebbe considerare i comportamenti inadeguati come una manifestazione di una incapacità di fare meglio: chi è descritto come depresso, alcolista, iperattivo non ha alcuna voglia di esserlo, il funzionare male non è divertente neanche quando appare tale all’esterno. Lo è ancora meno esser trattati male a causa di questo funzionamento.

Quindi, quando vogliamo aiutare qualcuno, la domanda che dobbiamo porci non è “cos’ha?” ma “cosa gli sta succedendo?” Se ci soffermiamo sulla malattia difficilmente incontreremo la persona!

La Psicoterapia cambia il cervello
E’ stato scoperto dalle osservazioni condotte con Risonanza Magnetica Funzionale (fRMI), una tecnica di osservazione delle aree del cervello attive in determinate circostanze o attività (leggere, parlare, ascoltare, ricordare, fare sesso, ecc) che la psicoterapia agisce sul cervello modificandolo.
Secondo gli esperti, la psicoterapia è in grado di modificare l'attivazione di aree cerebrali specifiche in modo tale che l'individuo possa gestire meglio emozioni negative quali ansia, panico, depressione, paura” (da La Stampa del 23/09/2009).
Questa tecnica di indagine (fRMI) ha, quindi, evidenziato che, per esempio, pazienti sofferenti per fobie, ansia o stati depressivi più o meno gravi presentavano, dopo essersi sottoposti per qualche mese ad un ciclo di incontri con uno psicoterapeuta, i livelli di attivazione delle aree cerebrali interessate nel disturbo specifico del tutto vicine alla norma, come se avessero assunto dei farmaci.
Ecco un esempio maggiormente esplicativo: “C’è un uomo che ha paura dei ragni. Ne ha uno davanti. La fotografia del suo cervello mostra che una parte - l’area pre-frontale laterale destra - si attiva, stimolata dalla sua paura. Qualche tempo dopo lo stesso individuo non ha più alcuna reazione. Guarda un ragno, eppure reagisce in modo «normale», come quello di chi non è assalito da impulsi di terrore” (da La Stampa del 23/09/2009). In questo caso specifico è chiaro ed evidente che il cervello della persona si è modificato.
Questo ci conferma che psiche e corpo sono collegati e possono influenzarsi a vicenda.

La scelta dello psicologo psicoterapeuta
Esistono molte scuole di psicoterapie: c’è la psicoterapia sistemica-familiare quella ericksoniana, comportamentale, cognitiva, ecc. ma nella pratica il modo di condurre una psicoterapia è molto simile. Ci sono due elementi che le accomunano: il primo è la costruzione di un rapporto di empatia, importante e significativo tra terapeuta e paziente, il secondo è la capacità di mettere il paziente di fronte a quei suoi comportamenti e pensieri che abbiano meno corrispondenza con il principio di realtà (sempre con grande rispetto per i motivi profondi che li determinano).
Come inizio la ricerca? Innanzitutto è importante accertarsi che lo psicologo sia iscritto all’albo; l’Ordine degli Psicologi (www.psy.it) pubblica l’elenco di tutti gli iscritti all’albo, divisi per regioni e città: assicurarvi che il vostro psicologo sia iscritto è una garanzia e una tutela per voi. Potete partire da qui per poi approfondire con una telefonata, domandando in giro o cercando su internet qualche informazione in più.
Come continuo la ricerca? Chiedete a qualcuno di fiducia, come il vostro medico o un amico che abbia scelto di fare una psicoterapia. Come si è trovato? Ha risolto il problema? Ve la consiglierebbe? 
Come mi sono trovato? Dopo il primo incontro chiedetevi “Vi ispira fiducia”? Vi fa una buona impressione? È una persona, dovete valutarla anche come tale, prima che come professionista. La persona mi è sembrata seria e capace? È riuscita a sintonizzarsi con me e le mie problematiche? Se la risposta è affermativa, può essere l’inizio di un buon rapporto di lavoro. 
La relazione terapeutica è il vero motore della terapia ed è importante instaurarne una buona.
Detto questo è importante riconoscere i terapeuti incompetenti o pericolosi: meglio diffidare dai terapeuti che la fanno troppo facile, da quelli che tendono a prendere decisioni che devono essere presi dai pazienti; da quelli troppo seduttivi che hanno un bisogno eccessivo di approvazione. Quelli sui quali ci si rende conto che dopo un periodo ragionevole, non stanno aiutando. 

giovedì 17 luglio 2014

Slow Food e Fast Food: due filosofie a confronto




“Provare amore per il cibo è il modo più personale e meno astratto di essere ambientalisti”


            I nostri tempi sono caratterizzati da una grande frenesia che impone ritmi pesanti, accelerati e difficili da sopportare. La fast life permea ogni aspetto della nostra vita, persino l’alimentazione, condizionando i tempi e la qualità; i nostri pasti assomigliano sempre più spesso a “soste di rifornimento” piuttosto che a piacevoli momenti conviviali, si consumano in fretta ed a volte anche da soli (Laudonia, 2004).
            Diventa più frequente per le famiglie riunirsi nei fast food dove il pasto medio dura circa undici minuti; gli americani, ad esempio, dedicano ai pasti pochissimo tempo (circa un’ora al giorno) e sono la popolazione che acquista la maggior parte di cibi precotti. Nel 2001 hanno speso più di centodieci milioni di dollari in fast food; essi spendono, per questo bene di consumo, più che per l’educazione, pc, libri, automobili messi insieme (Schlosser, 2002).
            In questo articolo verranno confrontate due filosofie della ristorazione: il fenomeno Fast Food, come elogio della velocità, ed il fenomeno Slow Food, promotore del messaggio “mangiamo bene, sano, di qualità e con calma”.    
            Preferire un sistema piuttosto che un altro è una questione legata ad una scelta individuale ed allo stile di vita della persona, che a loro volta possono variare a seconda della cultura, dei ritmi dettati dalle modalità di lavoro e dall’impostazione della propria quotidianità.

Il fenomeno Slow Food

            Slow food è un movimento internazionale democratico, culturale, di promozione sociale e di formazione dell’individuo basato sull’adesione volontaria di persone che intendono coltivare comuni interessi di carattere culturale nel campo dell’alimentazione. Esso opera per la tutela del diritto al piacere, per il rispetto dei ritmi di vita e per un rapporto armonico con la natura (Statuto Internazionale, 2003).
            Il movimento Slow Food è nato a Parigi nel 1989 come risposta al dilagare omologante del fast food ed alla frenesia della fast life; esso infatti si contrappone alla tendenza alla standardizzazione del gusto, rivendica l’assunzione di un nuovo senso di responsabilità nei confronti della produzione e del consumo del cibo, si dimostra più attento alla salvaguardia dell’ambiente ed alla qualità dei prodotti (Petrini, Padovani, 2005) ed infine, difende la necessità di informazione da parte dei consumatori nel mondo.
            La sede principale è a Bra, in Piemonte, mentre le altre sedi sono state aperte in Svizzera (1995), in Germania (1998), negli Stati Uniti a New York (2000) e in Francia a Montpellier (2003).
Tra gli aspetti fondanti la filosofia Slow Food va menzionato l’Educazione al Gusto: Slow Food si propone di formare nuovamente la sfera sensoriale dell’uomo che si è impoverita; le nuove generazioni in particolare rischiano di perdere insieme ai legami con il territorio ed al rapporto con le stagioni, il senso stesso dell’atto nutritivo, le sue valenze salutari e culturali. Questa attività di educazione alimentare e del gusto si basa:

  • sul risveglio e l’allenamento dei nostri sensi;
  • sulla degustazione come esperienza formativa e di conoscenza anche di se stessi;
  • sull’apprendimento delle tecniche produttive del cibo per capire come nascono le qualità di un prodotto e quanto siano ancora importanti i procedimenti tradizionali e la loro varietà.
           
 Il fenomeno Fast Food

            Oggi, esistono locali e metodi d’alimentazione che ci consentono di soddisfare il bisogno di mangiare senza un’eccessiva perdita di tempo; questi luoghi vengono definiti Fast Food e sono diventati un elogio della velocità. Essa si contrappone alla lentezza di quei pranzi lunghi, ricchi di portate, che spesso risultano essere monotoni ed inutili, quindi è intesa come velocità del servizio che permette allo stesso tempo di gustare velocemente una pietanza.
            Dai primi anni Novanta, molti italiani, soprattutto gli adolescenti, prediligono il fast food come tipo di ristorazione. Molto spesso, esso diventa un punto di ritrovo, così come accadeva nel telefilm “Happy Days” alla tavola calda di Arnold’s.
            Il modello classico di Fast Food si basa essenzialmente su hamburger e patatine, ma in Italia, esistevano già fast food che servivano panini caldi da passeggio che riproponevano le tradizioni regionali: ad esempio, a Firenze, è possibile trovare i carrettini dei trippai dove primeggiano cibi come il panino al lampredotto (settore dell’apparato digerente dei ruminanti), le budelline agnellate o l’inzimino di trippa; a Napoli, invece, è abitudine, mangiare per strada, la pizza ripiegata in quattro oppure il cosiddetto morzeddu cantarese (interiora di vitello cotte in un sugo piccante servito in una ciambella di pane morbido).
            Oggi, vanno affermandosi altri tipici modi di pranzare velocemente e con gusto; la gastronomia italiana, ad esempio, propone oltre la pizza, le torte salate o il gelato che si prestano a molte variazioni di gusto e che possono essere consumate velocemente; esistono pranzi veloci preparati a base di sandwiches contenenti vari alimenti che, in termini nutritivi, possono essere paragonati ad una dieta tradizionale (ad esempio un sandwiches con all’interno una frittata di verdure).
            Infine, esistono anche i Mozzarella Wine Bar, che offrono piatti veloci ispirati alla cucina tradizionale come la caprese, la pasta all’uovo ripiena, accompagnati da vino genuino e da macedonia di frutta (www.fastfood-slow food.it).

Le strategie di marketing Slow Food
Il logo
   
        

Il logo del movimento internazionale Slow Food è rappresentato da una chiocciola stilizzata, simbolo per antonomasia della lentezza. Slow Food ricorre ad essa proprio per sottolineare i punti salienti della “filosofia slow” ossia, la rivendicazione del diritto al piacere conviviale opposto all’omologazione del fast food, il recupero del valore della lentezza: “lento è gusto, la nuova tavola è lenta e gustosa, fatta di prodotti tipici ed assaporati senza fretta. Meglio se in compagnia”.
           
 La rappresentazione del cibo

            Nelle pubblicità Slow Food, il cibo è in primo piano. Le immagini dei singoli prodotti sono talmente nitide che sembra quasi possibile immaginarne il sapore; la freschezza e la qualità appaiono indissolubili dal prodotto stesso; l’esaltazione dei colori diventa fondamentale per comunicare le proprietà organolettiche.
            Attraverso le sue pubblicità ed i suoi annunci, Slow Food ci fa diventare consumatori consapevoli a partire dalle materie prime che utilizziamo o mangiamo; alcuni semplici alimenti, di cui ci nutriamo, si portano dietro un carico di storia ed una infinità di simboli che spesso ignoriamo. Ad esempio, la zucca, a cui noi associamo il significato di stupidità, in alcune società africane è molto ricercata perché i suoi semi procurerebbero intelligenza, altre tradizioni la utilizzano come strumento musicale (Failoni, 2004); il dizionario Zanichelli (2004) fa derivare il termine “zucca” da “cocutia” che significa “testa”; inoltre, questo alimento ci consente di mangiare succulenti tortelli di zucca, simbolo e vanto gastronomico del mantovano. Tutte queste informazioni attribuiscono ad un alimento, che molti di noi considerano banale, un’immagine più importante che sicuramente andrà ad influire sul desiderio d’acquisto di un prodotto a base di zucca. La stessa headline “L’intelligenza della zucca” (Failoni, 2004), dimostra che l’obiettivo di Slow Food è quello di attribuire dignità culturale alle tematiche del cibo.
            Gli slogan dei messaggi pubblicitari ricorrono a cinque delle sei funzioni linguistiche elaborate da Jakobson: metalinguistica (es. “A tavola piano…piano”), estetica (es. “Master of food: il giro del gusto il ventitre corsi”), denotativa (es. “Guida alla salvaguardia del gusto”), fàtica (es. “L’arte del piacere”), espressiva (es. “Una Terra, Tre Anime”); è assente la funzione imperativa, probabilmente perché l’amore per il gusto non può e non deve essere imposto da nessuno tanto meno da un messaggio pubblicitario.
            La maggioranza dei messaggi pubblicitari, per avere un migliore effetto suggestivo, presenta contenuti razionali ed emotivi: la headline ed il visual, che hanno il compito di richiamare l’attenzione, fanno leva soprattutto sull’aspetto emotivo; il linguaggio deve essere suggestivo, fresco, non deve risultare monotono; le frasi sono preferite brevi ed uniconcettuali (Medici, 1952). La bodycopy invece presenta argomentazioni razionali centrate sulla qualità e sulle caratteristiche del prodotto.
            Le figure retoriche più utilizzate sono: la metafora (“Lasciatevi prendere per la gola”), la ripetizione (“I grandi usano una grande acqua”), l’enumerazione (“Puro Cotto e nient’altro”), la metonimia (“Norvegia al forno”), l’ossimoro (“Piccoli, grandi gesti tramandati nel tempo”), il luogo comune (“L’arte del piacere”), l’iperbole (“La più grande invenzione degli ultimi mille anni nasce in Pianura Padana).
            Considerando il codice iconico, la categoria topologica più utilizzata per la rappresentazione del cibo è di tipo assiale ossia il prodotto è visibile al centro. La categoria cromatica è indispensabile; essa non si limita a comunicare soltanto la qualità del prodotto, ma anche i valori della quotidianità.

            La pubblicità proposta da “Sangiolaro Biò. Pesce del Mediterraneo” presenta un tagliere di vari prodotti a base di pesce, due fette di pane, un coltello ed infine barattoli che fungono da sfondo. Il codice linguistico si limita ad esplicitare il marchio ed i tipi di prodotti che questo offre ad esempio “Cipolle di Tropea con cuore di tonno”; appare una delle parole-fuse più usate dai pubblicitari: “cuore” che ha lo scopo di attirare l’attenzione (Puggelli, 2000); il codice iconico invece comunica i valori associati al marchio: freschezza, possibilità di scelta, gusto, tradizione, amore per il cibo cioè tutto ciò che Slow Food si propone di diffondere.
            I colori dei prodotti sono ricchi di sfumature così come la natura ce li offre e come deve essere fondamentale per un prodotto di qualità; il colore rosso dei coperchi dei barattoli e dei pomodori a pezzetti, comunica per metonimia sole del Mediterraneo, Italia, natura; le gradazioni del colore dell’olio, che ricopre le cipolle e le olive, comunicano sapore, gusto, qualità ed indicano anche gesti quotidiani che avvengono nelle mura domestiche come assaggiare qualche delizia, accompagnata da fette di pane casereccio, senza preoccuparsi di ungere il tagliere.

La rappresentazione delle bevande

            La maggioranza dei messaggi pubblicitari riguardanti i vini utilizzano un linguaggio soprattutto estetico ed emotivo (o fatico). I valori comunicati sono fondamentalmente la passione per il vino, l’amore per la terra, la tradizione, l’arte, la cultura.
            Il codice linguistico presenta soltanto il brand name e la headline; Il linguaggio verbale è quasi subordinato a quello visivo infatti la bodycopy è spesso assente. Il codice iconico invece è essenziale, poiché è in grado di comunicare con molta espressività ed in modo immediato.
            Un ulteriore aspetto fortemente usato dalle pubblicità Slow Food è l’inserimento di funzioni poetiche all’interno del linguaggio per sfruttare il prestigio e la forza d’attrazione della lingua poetica.
            Una testimonianza lampante ci viene offerta dal marchio “Terredavino”; esso propone un moscato passito chiamato “La bella estate”. Questo titolo sfrutta la notorietà di un’opera di Cesare Pavesi intitolata anch’essa “La bella estate”; inoltre il messaggio pubblicitario relativo a questo vino, presenta sullo sfondo anche alcuni versi del romanzo.
            Tra le categorie eidetiche, sono ricorrenti le linee curve delle bottiglie di vino, dei bicchieri che lo contengono; esse indicano femminilità e dolcezza e molto spesso questi concetti sono rafforzati mediante la presenza di donne-testimonial.
            Un tema ricorrente è quello del rapporto uomo-natura, infatti, oltre alla bottiglia di vino, spesso vengono rappresentati i vigneti e le colline.
            I colori più frequenti in queste rappresentazioni sono il nero o il bianco che fungono da sfondo per mettere in primo piano la bottiglia o il calice del vino, oppure il nero ed il dorato della bottiglia che comunicano eleganza ed intensità; il rosso indice di passione ed energia, il giallo per comunicare positività e dinamicità.
            Le pubblicità di acque comunicano a differenza di quelle relative ai vini, valori di purezza, limpidezza e leggerezza. Questi concetti sono ovviamente sostenuti e rafforzati da colori chiari come il bianco, l’argento, il verde.
            Tutti i prodotti pubblicizzati da Slow Food hanno in comune un valore: il prestigio. Un prodotto prestigioso generalmente richiede un lungo impegno da parte di chi lo produce, amore per il proprio lavoro, cura dei minimi particolari ed infine un giusto compromesso qualità/prezzo (inoltre un prezzo elevato rafforza l’immagine di un prodotto di qualità). Lo slogan “Non Si Fabbrica, Si fa” (Parmigiano Reggiano) è un esempio di come il marchio voglia comunicare al suo target questi valori.
            Una caratteristica ricorrente, nella maggioranza delle pubblicità Slow Food, è l’assenza di forme verbali nella headline, es. “Vino moderno ed elegante”, “Legame indissolubile”, “L’essenza, la mia terra, il mio vino”, “Alle cene importanti, occhio all’etichetta”; quando, invece, sono presenti, essi mirano ad evocare un’immagine o una sensazione, inducendo il consumatore a riflettere piuttosto che ad agire; ad esempio “Coltiviamo la passione”, “Piccoli grandi gesti tramandati nel tempo”, “Quando l’amore cresce”. Questi slogan comunicano e celano, allo stesso tempo, l’esistenza di un “legame nostalgico” con il prodotto; un legame fatto d’amore, di dedizione e d’impegno. Tale legame, a sua volta, rafforza l’immagine di prestigio dei prodotti.
                       
           
Le strategie di marketing Fast Food

 I loghi
           





Il logo impiegato da McDonald’s è rappresentato da una “M” gialla ossia l’iniziale del nome del marchio e dei proprietari che l’hanno fondata; esso ricorda anche la forma di due archi, che potrebbe significare che c’è un tetto che può ospitare chi ha bisogno di un pasto buono e veloce. Il suo colore, il giallo, comunica positività, solarità, quasi fosse un posto accogliente che ci sorride, lo sfondo invece è rosso come il tetto dei punti ristoro ed è utile per attrarre lo sguardo e comunicare energia non solo ai giovani ma anche alle famiglie.
            Lo slogan “I’m lovin’it” che significa “Sono innamorato di esso” svolge una funzione di contatto (o fàtica); esso infatti si prefigge di evocare una sensazione, un sentimento. Il processo di persuasione fa leva sulla riprova sociale: lo scopo è quello di persuadere il target esplicitando quale sia il coinvolgimento emotivo degli altri mentre è implicito quale sia il loro comportamento.
         
   Il logo utilizzato da Burger King, invece, vuole ricordare la forma di un hamburger; l’attenzione è calamitata subito dal messaggio linguistico “Burger King” che s’impone prepotentemente tra i due mezzi panini sostituendosi alla carne; la forma sferica del marchio però potrebbe anche assomigliare a quella del pianeta Terra dove Burger King si espande; il nome, che significa “carne da Re”, comunica grandiosità o meglio grandezza, una caratteristica fondamentale degli hamburger che questo marchio offre al suo target; il colore rosso, con il quale è stampato il brand name, è il colore dell’energia adatto ai giovani mentre la sua tonalità scura indica versatilità del prodotto in quanto rivolto ad un consumo maschile e femminile; infine l’abbinamento con il blu ed il giallo conferisce dinamicità.
            Lo slogan “La nuova generazione del gusto” è intriso di energia. Esso vuole comunicare tre concetti importanti: novità e gusto al servizio dei giovani; il marchio infatti si propone di venire incontro alle esigenze della nuova generazione attraverso nuovi gusti e sapori.
           
La rappresentazione del cibo

            Se le pubblicità Slow Food, orientano il target “a riflettere” sul valore e sul prestigio, le pubblicità fast food presuppongono un ruolo più attivo, invitandolo a compiere un’azione, ad esempio: “Provalo in ogni menu”, “Gusta la convenienza”.
            La scelta del nome del prodotto da pubblicizzare è un passo fondamentale. Esso possiede generalmente una chiarezza semantica in grado di veicolare tutti i connotati possibili: ad esempio, la novità di McDonald’s, “Salads Plus” chiarifica non solo il tipo di prodotto lanciato sul mercato (cioè l’Insalata) ma cerca di evocare una serie di significati grazie al secondo referente; “plus” infatti significa “quantità positiva” ed associato al nome salads potrebbe significare che la quantità della porzione è:

  • positiva dal punto di vista nutrizionale perché contiene un mix di ingredienti (insalata più);
  • positiva perché è anche gustosa;
  • positiva per chi ama la leggerezza.

            Il referente che viene impiegato con più frequenza nei messaggi pubblicitari è “gusto”, un valore essenziale per le catene di ristorazione, ad esempio:
  •  “un salto nel gusto”;
  • “gusta la convenienza”;
  • “offerta doppio gusto”;
  • “great taste”;
  • “un gusto rotondo e sempre diverso”;
  • “le orticelle per chi gusta le verdure”.

            Burger King propone anche un altro valore: la grandezza. Questo concetto evocato già dal brand name, viene personificato da un hamburger chiamato “Whopper”, termine che può essere tradotto in “enormità” caratteristica fondamentale del prodotto; ma whopper significa anche “fandonia”, si tratta di una delle figure retoriche più utilizzate in pubblicità ossia l’ironia che agisce come un gioco provocatorio in cui il pensiero che si vuole comunicare viene sostituito da uno di senso contrario (potrebbe sembrare una fandonia l’offerta di un hamburger così grande!).
            Altre figure retoriche impiegate dalle pubblicità fast food, sono l’iperbole, la personificazione, la metafora; l’iperbole, attribuisce al linguaggio coloriture d’espressione molto efficaci: ad esempio  “Hot Chili Hamburger…per chi ha il diavolo in corpo” è uno slogan di Burger King per il lancio sul mercato di hamburger con salsa hot chili e peperoncino. Il linguaggio in questo caso svolge una funzione fàtica per evocare una sensazione così come si propone la headline “Piccante Tentazione”.
            La categoria topologica utilizzata è fondamentalmente di tipo assiale; fanno eccezione i messaggi promozionali che ricorrono invece ad una struttura sequenziale soprattutto quando la promozione riguarda più prodotti.
            Le categorie eidetiche utilizzate possono variare a seconda del prodotto e del packaging. Le forme tondeggianti, che conferiscono morbidezza, sono onnipresenti: a partire dagli hamburger che appaiono morbidissimi, fino ad arrivare ai pomodorini (interi) presenti nelle insalate o nei vassoi che le contengono. Invece, i packaging degli snack prediligono le linee dritte che in questo caso comunicano resistenza, la loro dimensione inoltre consente sempre di mettere in evidenza il prodotto contenuto, rafforzando l’illusione di un maggior volume; le patatine infatti sembrano traboccare.
            I colori impiegati nei messaggi pubblicitari vengono adattati conformemente all’alimento; ad esempio, se si pubblicizza un tipo di insalata, lo sfondo sarà verde o giallo per richiamare alcuni valori come freschezza e natura. Nell’annuncio pubblicitario “Le Orticelle” proposto da Spizzico, sono visibili tante zucchine verdi che fungono da sfondo, il logo di Spizzico formato da carote di colore arancio, mentre in basso appaiono gli ortaggi pastellati; infine, il messaggio di tipo linguistico è scritto in bianco. Il cromatismo impiegato, inoltre, rinforza il carattere di italianità già sotteso dal marchio.
            Analizzando l’impiego della retorica anche nel codice iconico, possiamo assistere a:

  • trasformazione della metafora in metamorfosi (Fabris, 1994) come testimoniato dall’omino fatto di verdure che si butta nell’insalata;
  • personificazione come l’uomo McDonald’s (Ronald) o l’euro animato presente in una recente pubblicità di McDonald’s.

            Alcune promozioni sono rivolte soprattutto ai bambini; esse fanno ricorso generalmente ad elementi aggiuntivi ad un menu completo al fine di spingere i clienti all’acquisto: ad esempio, gli Happy Meal di McDonald’s contengono personaggi Disney, i Kids Meals sono menu contenenti altri giochi. Queste promozioni utilizzano la tattica del “numero limitato” cioè avvertono la clientela che le scorte di gadget sono in via di esaurimento (regola della scarsità). Invece, le promozioni che utilizzano buoni-sconti, ricorrono alla tattica dell’offerta valida per pochi giorni.
            La rappresentazione delle bevande non è oggetto di attenzioni come nelle pubblicità slow food; generalmente vengono presentate nei menu, in abbinamento agli altri prodotti e raffigurati sempre allo stesso modo cioè in bicchiere con ghiaccio e cannuccia e posti sempre sullo sfondo, dietro agli alimenti.
            Il processo di persuasione delle pubblicità fast food attiva essenzialmente un percorso periferico; inoltre, esse cercano spesso di creare il cosiddetto “Effetto Bandwagon” cioè l’impressione che tutti siano a favore dello stesso “oggetto” (Pratkanis, Aronson, 1996): è il caso di quelle immagini che illustrano la folla di giovani e famiglie che entusiasti, si rivolgono a questo tipo di ristorazione.
           
Le forme verbali impiegate da Slow Food, invitano il consumatore a “riflettere” affinché sappia cogliere tutti i valori che il marchio intende trasmettere, mentre quelle utilizzate dai Fast Food presuppongono un ruolo più attivo, dinamico; il consumatore viene invitato, direttamente o indirettamente, ad assaggiare le novità. In questi casi, la funzione del linguaggio è soprattutto imperativa in quanto suggerisce al target quale sia il comportamento da assumere.
            I colori impiegati sono fondamentalmente gli stessi, fatta eccezione per le rappresentazioni in bianco e nero utilizzate da Slow Food; inoltre, nelle pubblicità Slow Food, la rappresentazione delle bevande è oggetto di attenzioni come per le rappresentazioni del cibo mentre quelle reclamizzate dai Fast Food rivestono un ruolo secondario anche perché la gamma delle bevande è abbastanza limitata.   
            Il ricorso a testimonial è più frequente nelle pubblicità Slow Food, pur restando comunque limitato.
            Una caratteristica esclusiva dei Fast Food invece è l’impiego di gadget per indurre il consumatore all’acquisto.
            Le differenze fondamentali riscontrate sono legate strettamente alla filosofia del marchio. Slow Food è un’Associazione che opera per la tutela del diritto al piacere e per la salvaguardia della qualità dei prodotti. L’immagine che ne deriva è impreziosita da tutto ciò che fa da contorno (eventi, Presidi, mostre, ecc.).
            Le catene dei Fast Food puntano il loro successo sull’offerta di prodotti alla portata di tutti, quindi siamo di fronte ad una perenne lotta sul mercato. Ad esempio, McDonald’s lancia nove prodotti, ognuno al prezzo di un euro e Burger King risponde con undici piatti a novantanove centesimi.
            Sarebbe sbagliato dedurre che le strategie pubblicitarie degli Slow Food siano migliori di quelle Fast Food o viceversa; non dobbiamo dimenticare infatti che ogni marchio sceglie il suo posizionamento ideale a seconda del target e dei prodotti che intende offrire. Infine, sta a noi scegliere quale sistema preferire quando, dove e come.




La comunicazione pubblicitaria



Il Fenomeno Pubblicità

 La pubblicità è una particolare forma di comunicazione che ricopre oggi un ruolo sociale fondamentale; Puggelli ritiene che essa rappresenti il primo centro di potere in una società fondata sui presupposti politico-economici del consumismo (2000); Codeluppi la definisce “applicata” in quanto l’azienda che la produce vuole che essa, oltre a comunicare, raggiunga anche gli obiettivi aziendali attraverso la valorizzazione dei prodotti (2001).
Nonostante la sua apparente semplicità, rappresenta un fenomeno molto complesso: dietro una comunicazione pubblicitaria, infatti, c’è l’operato di soggetti con finalità e ruoli distinti ed in costante interazione tra loro (l’utente, l’agenzia pubblicitaria, le organizzazioni di supporto, i media ed il pubblico) e per tale motivo essa non può essere riconducibile esclusivamente al processo creativo o al singolo spot. Può essere definita in vari modi ma rappresenta sempre un fenomeno sociale cioè un “sistema di comunicazione messo a punto da individui che intendono comunicare con altri individui, sia pure nella fattispecie del messaggio di vendita, per influire sui loro comportamenti ed atteggiamenti, veicolato dai mass media, in continua interrelazione con il sociale” (Fabris, 1994, p.24).
Secondo Brioschi, la pubblicità è un attività di comunicazione di massa con carattere persuasorio, oneroso, proveniente da una fonte identificabile ed avente delle finalità di tipo commerciale (1984). La pubblicità è considerata anche un genere massmediologico che possiede la stessa autonomia e specificità comunicative dei generi istituzionalizzati delle comunicazioni di massa, un metagenere tra i mezzi di comunicazione e dai quali non è più dipendente come in passato; si distingue per la sua natura pervasiva in quanto assume molteplici forme: produce grande parte dell’immaginario e del sapere sociale, costituisce una guida per i comportamenti quotidiani delle persone, ricopre un ruolo importante nella costruzione delle identità sessuali e sociali (Codeluppi, 1995).
Il fenomeno pubblicitario ha preso forma progressivamente; già nell’antichità i commercianti utilizzavano insegne per attirare l’attenzione dei clienti ma la necessità di pubblicizzare è stata avvertita soprattutto con il passaggio dalla vendita di prodotti per strada a quella all’interno della bottega, che rese necessario l’utilizzo di segnali ancora più vistosi. Nel Rinascimento, in seguito ai traffici commerciali internazionali, si manifestò l’esigenza di valorizzare le caratteristiche del prodotto, esigenza soddisfatta inizialmente dai venditori ambulanti che descrivevano le merci a voce alta per le strade.
Solo dopo l’invenzione della stampa fu possibile affiggere i primi manifesti e comparve la réclames sui giornali cioè la prima forma di pubblicità basata su un testo simile a quello degli articoli giornalistici. Tra il Settecento e l’Ottocento nacque la figura dell’agente pubblicitario in seguito all’intuizione, da parte delle aziende, del vantaggio di acquistare gli spazi disponibili sui giornali. Intanto i progressi delle tecniche di stampa aumentavano, nacquero infatti i primi manifesti illustrati che raggiunsero una migliore efficacia espressiva con l’invenzione della cromolitografia, una tecnica di stampa a colori nata nel 1836. A partire dai primi decenni del Novecento, la pubblicità assunse il carattere di un vero sistema industriale e di comunicazione che contribuì alla creazione di una cultura di massa per la società dei consumi.
Negli ultimi decenni, la pubblicità è diventata una dimensione sempre più rilevante delle vita economica e sociale ed ha assunto funzioni che vanno oltre la semplice sollecitazione delle vendite. Brigida afferma infatti che il suo scopo non è tanto informare ma suscitare interesse verso prodotti, marche e servizi; essa provoca rapidamente notorietà alla marca, più lentamente crea un’immagine (2001).
In un contesto sociale ed economico dove “il consumo appare progressivamente metamorfosarsi in segno, in comunicazione” (Fabris, 1994, p.31-32), la pubblicità diventa il più importante strumento di attribuzione di senso sociale al mondo delle cose; essa è chiamata ad attribuire al prodotto un supplemento d’anima in grado di renderlo più appetibile (Semprini, 2003). Secondo Codeluppi svolge contemporaneamente due processi di trasferimento di significato: dalla pubblicità al prodotto e da questo al consumatore attraverso l’atto d’acquisto (2001).
Gli individui ricercano nei prodotti che acquistano significati differenti da quelli direttamente riconducibili alla fruizione materiale del bene; ciascuno consuma per differenziarsi dalle classi sottostanti ed adotta modelli di consumo delle classi superiori, con l’obiettivo di avervi accesso (Fabris, 1994).
I prodotti diventano, quindi, indicatori nella gerarchia degli status e lo standing si aggiunge ai parametri fondamentale delle scelte di consumo. Ecco che la pubblicità si trasforma secondo Vecchia in “specchio delle mie brame” cioè uno specchio che riflette a chi lo guarda un’immagine di sé gratificante e consolatoria (cit. in Fabris, 1994, p. 19). Le merci, quindi, svolgono una funzione comunicativa che va a soddisfare i bisogni del consumatore. Tuttavia, come osserva Codeluppi, il sistema semiotico delle merci è un sistema in continua trasformazione dove i significati mutano continuamente (1989); la semantizzazione rende necessario il turnover della merce infatti molti prodotti escono dal mercato quando si desemantizzano cioè quando non svolgono più la funzione comunicativa che li aveva caratterizzati in precedenza diventando inidonei a soddisfare i bisogni degli acquirenti; si parla in questo caso di usura comunicativa.
La pubblicità è stata accusata spesso di far nascere desideri effimeri; in realtà, essa non crea bisogni ma li enfatizza attingendo continuamente dall’immaginario collettivo della cultura di massa per estrarne simboli e segni. Secondo Codeluppi (1995), la pubblicità non crea valori né produce nuovi atteggiamenti piuttosto riflette quelli già esistenti e sfrutta gli atteggiamenti più diffusi, rafforzandoli. Galbraith (1968) ritiene che essa agisca sulla nostra mente, inducendoci a credere di aver bisogno di un determinato prodotto (“Che mondo sarebbe senza Nutella?”, Triani, 2002) mentre il desiderio di possedere nasce nel momento in cui il prodotto viene esposto (De Liso, 1997). La pubblicità “semplifica e stereotipizza…non descrive la società com’è ma come dovrebbe essere, proponendo dei modelli di riferimento…è sempre ottimistica provvedendo, per ogni inconveniente che identifica, una soluzione tramite un prodotto o uno stile di vita” (Fabris, 1994, p.71).
Essa inoltre mobilita tre tipi di sapere:

1. “conoscenza pratica” che consente di affrontare e risolvere le difficoltà che si presentano nella vita quotidiana;
2. “autoriconoscimento” che offre la possibilità di conoscersi ed esplorarsi;
3. “chiave per il mondo” cioè una forma di galateo cui fare riferimento per gestire le relazioni sociali (Codeluppi, 2001).


Pubblicità ed opinione pubblica: l’evoluzione degli atteggiamenti

L’immagine della pubblicità presso l’opinione pubblica ha subìto, nel corso dei decenni, notevoli cambiamenti; essa si è modificata parallelamente all’evolversi del contesto economico-sociale, in funzione dei suoi valori e dei suoi consensi. Gli atteggiamenti del pubblico non sono stati mai di neutralità ma di amore in alcuni periodi e di ostilità in altri.
Negli anni Cinquanta, il sistema sociale italiano subisce un processo di rinnovamento che investe gradualmente i bisogni, i valori ed i comportamenti della popolazione; l’influenza dei mass media, la scolarizzazione, il superamento di una società di tipo contadino-tradizionale ed altri processi guidano gli individui verso modalità di comportamento sociali e culturali moderni. In questo periodo, la pubblicità è fonte di ambivalenze perché da un lato si pone come contesto di riferimento, proponendo e veicolando stili di vita e consumi della società moderna, dall’altro viene accusata di indurre a consumi inutili, di favorire lo spreco e di essere mendace.
Negli anni Sessanta, invece, la pubblicità raggiunge il culmine dei consensi in quanto il modello di vita che emerge s’incentra sul consumo; mentre prima era considerato Virtuoso chi risparmiava ora Virtuoso lo è chi consuma perché contribuisce a far girare il motore dell’economia (Fabris, 1994). La pubblicità diventa lo strumento per conseguire il progresso, per affermare una cultura industriale, per proporre nuovi modelli di consumo e nuove interpretazioni di ruoli.
Questi sono gli anni del successo di Carosello il cui consenso pubblicitario non sarà mai uguagliato da nessun altro genere del palinsesto televisivo (Fabris, 1994).
Negli anni Settanta, la società italiana subisce una seconda crisi; il quadro di vita emerso nel decennio precedente viene nuovamente messo in discussione. Emergono nuovi gruppi sociali portatori di valori antagonisti al consumismo ed alla produttività. La pubblicità subisce una perdita di goodwill; essa viene accusata di manipolare le coscienze e di privilegiare gli obiettivi di consumo e stili di vita estranei al contesto, come argomentato già da Packard con “I persuasori occulti” in cui svela l’occulto che si nasconde dietro la persuasione operata dai media pubblicitari (1957).
Gli anni Ottanta vedono l’affermarsi di un clima culturale che privilegia la soggettività individuale e l’edonismo. Si assiste ad un nuovo orientamento al consumo che non ha precedenti come testimoniato dal boom della moda, del prestigio e del riconoscimento sociale. La pubblicità diviene un importante agente di modernizzazione ed un emblema della creatività. Gli investimenti pubblicitari subiscono un forte incremento grazie soprattutto al mezzo televisivo, il primo mezzo utilizzato nelle pianificazioni pubblicitarie (Brigida, 2001).
Il contesto sociale degli anni Novanta condivide con il decennio precedente molti valori ma si differenzia per il raggiungimento di un maggiore equilibrio, compresi gli investimenti pubblicitari; il quadro di riferimento della pubblicità muta ulteriormente: il consumatore diventa più maturo nelle scelte e di conseguenza si ridimensionano le accuse di manipolazione occulta e lo stereotipo di falsità associato ad essa. Emerge un atteggiamento pragmatico che segue la strategia del case by case approach. Il goodwill nei confronti della pubblicità viene ricondotto sostanzialmente alla funzione ludica ed a quella informativa.

La persuasione 

La persuasione può essere definita come il tentativo di provocare cambiamenti nelle idee ed opinioni altrui e di convincere altre persone a mettere in atto certi comportamenti piuttosto che altri (Zanacchi, 1999). Questo fenomeno che “ha animato l’uomo fin dai primi scambi comunicativi” (Cavazza, 1997, p. 8), è stato affrontato con molto interesse dalla psicologia sociale e costituisce la base per la comprensione del fenomeno pubblicitario.
Il processo di persuasione messo in atto dal linguaggio pubblicitario riconosce un destinatario autonomo, intelligente e reattivo che valuta sulla base delle sue conoscenze ed emozioni; l’individuo non è più considerato un soggetto passivo che può essere manipolato, di conseguenza, l’immagine autocratica della pubblicità capace di suggestionare cede spazio ad una nuova concezione. Se la psicologia meccanicistica riteneva che la natura ed il contenuto dello stimolo (ovvero della pubblicità) fossero quasi irrilevanti, adesso per avere successo è necessario tener conto dei bisogni dell’individuo, delle sue attese, motivazioni, atteggiamenti e meccanismi di difesa.
La motivazione è l’energia che spinge l’individuo in una certa direzione, che lo induce ad assumere un determinato comportamento: la pubblicità per svolgere la sua funzione deve soddisfare le motivazioni del soggetto inerenti il prodotto reclamizzato (Fabris, 1994). Le motivazioni si originano a diversi livelli di consapevolezza dell’individuo:

1. Livello cosciente o razionale. Le motivazioni d’acquisto sono espresse a livello razionale, l’individuo parla apertamente delle sue preferenze ed opinioni; la pubblicità si rivolge a quest’area fornendo informazioni, reason why e supporting evidence.
2. Livello pre-conscio. Le motivazioni che si formulano a questo livello non sono del tutto coscienti, il consumatore preferisce non parlarne e non riconoscerli piuttosto sarà indotto a fornire razionalizzazioni.
3. Livello inconscio. In quest’area ci sono quelle motivazioni di cui il consumatore non è consapevole ma che sono in grado di poter determinare il suo comportamento.

Nel contesto della pubblicità, gli atteggiamenti rappresentano un sistema di credenze, associazioni, immagini e ricordi inerenti la marca (Joyce, 1980); la conoscenza degli atteggiamenti del consumatore rappresenta per l’impresa un patrimonio prezioso attraverso il quale poter predire i consumi futuri.
In un atteggiamento ci sono tre componenti principali:

1. Componente cognitiva: riguarda la conoscenza, le credenze, le opinioni che un individuo dispone su un prodotto o una marca.
2. Componente affettiva: comprende i sentimenti, le emozioni, le valutazioni positive o negative relative al prodotto.
3. Componente conativa: si riferisce alle predisposizioni all’azione.

Una caratteristica fondamentale degli atteggiamenti è la loro forte interdipendenza: essi tendono ad essere congruenti, infatti è improbabile trovare un atteggiamento isolato dagli altri. Secondo la teoria di Festinger sulla dissonanza cognitiva, gli atteggiamenti dell’individuo sono consistenti tra loro: quando c’è una dissonanza, cioè una inconsistenza tra più elementi cognitivi, si verifica una tensione che induce l’individuo a risolverla (1957).
Esiste una relazione circolare tra atteggiamenti, comportamento d’acquisto e pubblicità: gli atteggiamenti influenzano e determinano i comportamenti e quando questi vengono rinforzati si verifica un riverbero sui primi; inoltre la pubblicità mira ad influenzare gli atteggiamenti così come questi influenzano l’azione della pubblicità innescando dei feedback.
Per salvaguardare i propri atteggiamenti, l’individuo dispone di alcuni meccanismi di difesa: esposizione selettiva, percezione selettiva e memorizzazione selettiva. Il consumatore tende ad esporsi a quelle comunicazione congruenti alle sue opinioni e ad evitare quelle dissonanti; per questo motivo, la pubblicità cerca di contrastare l’esposizione selettiva attraverso la ripetizione e l’inaspettatezza. Quando invece l’individuo viene raggiunto dalle comunicazioni discordanti, tende a deformarne ed a reinterpretarne il contenuto per farlo coincidere con le proprie convinzioni. Infine, nei casi in cui il messaggio viene correttamente interpretato, verrà con molta probabilità dimenticato prima rispetto ad altri messaggi.
L’agire di consumo può essere compreso solo attraverso una corretta analisi del rapporto gruppo-individuo, dei processi psicologici individuali e dell’influenza del gruppo di appartenenza: secondo Asch l’individuo in quanto consumatore agisce attraverso i suoi processi psicologici che sono prettamente individuali e non riguardano il gruppo; tuttavia l’individuo subisce anche l’influenza del proprio gruppo che lo induce a pensare e ad agire in un determinato modo.


giovedì 10 luglio 2014

Il bambino e la lettura: un tesoro da scoprire.





"Quando si aiuta un bambino a pensare alle sue emozioni difficili attraverso una storia, si riesce ad evitare che tali emozioni gonfino dentro di lui fino a trasformarsi in una complicata situazione interiore. In altre parole, le storie possono diventare una parte vitale del sistema digestivo delle emozioni e dei sentimenti di un bambino sano" 
(Margot Sunderland)



Il libro visto da un bambino
Il libro è prima di tutto un contenitore di immagini, di suoni e pensieri: immagini personali, uniche che rappresentano o contengono elementi emotivi importantissimi; il libro può diventare un gioco vero e proprio, un momento di condivisione, di scoperta e relazione e, perché no, può costituire un ottimo e divertente strumento di supporto all'attività didattica attraverso il quale acquisire contenuti e conoscenze.
La lettura è un gioco che prevede interazioni, momenti di suspance, risate e azioni, che coinvolge totalmente il bambino in tutte le aree cognitive e che aiuta a esprimere i suoi stati d'animo e le emozioni.
Una buona abitudine alla lettura ha bisogno di un lungo esercizio e dovrebbe essere coltivata sia in ambito scolastico sia in quello familiare. Il ruolo dell’adulto in questo periodo di vita è fondamentale poiché leggendo “con” il bambino (e non al bambino) potrà instaurare una relazione intima e interattiva con lui.

Fin dai primi anni di vita, il bambino si trova immerso in un mondo di narrazioni, non solo fiabe, favole ma anche fumetti, film, cartoni animati ecc. Con la crescita questi vengono poi sostituite da forme narrative più complesse, come il teatro, il cinema e i romanzi d’autore.
La narrazione pertanto è una delle esperienze più frequenti della nostra esistenza e ha un ruolo rilevante ai fini dello sviluppo del linguaggio orale, della nascita del futuro lettore-scrittore e della crescita conoscitiva e emotiva dell’individuo.
La competenza narrativa è un’abilità evolutiva che si accresce e si affina nel corso degli anni, e conosce un grosso sviluppo soprattutto a partire dai tre-quattro anni di età. Gli studi sui bambini di età prescolare hanno ampiamente sottolineato come la narrazione costituisca una strada privilegiata affinché il bambino possa entrare precocemente in contatto con la lingua scritta “e ricavarne insieme piacere e competenza” (Catarsi, 2001, p. 48).


Ma vediamo nel dettaglio quali sono i vantaggi derivanti da una buona abitudine alla lettura in età prescolare.

Sviluppo della capacità di attenzione e di ascolto: attraverso la lettura si offre al bambino la possibilità di imparare ad "ascoltare", tenendo presente che le modalità di ascolto sono diverse da bambino a bambino e tutte legittime. In genere però tutti i bambini "ascoltano" con il corpo, attraverso il movimento, il contatto fisico, l'azione. Ad attirare l'attenzione del bambino sarà "l'oggetto" libro: il bambino sarà incuriosito dalle sue componenti e dalle sue forme.

Sviluppo della creatività e delle immagini mentali: la lettura stimola la creazione di immagini mentali, inizialmente attraverso il supporto delle illustrazioni, in seguito sempre più personali e incoraggiate solo dalla musicalità del linguaggio verbale.

Sviluppo del linguaggio: tanto più precoce è l'avvicinamento alla lettura, tanto più sarà facile lo sviluppo linguistico del bambino nel primo approccio al codice scritto e alla comunicazione verbale poiché esso inizierà a imparare termini, regole e caratteristiche organizzative della lingua scritta, prima dell’ingresso nella scuola. Ad esempio, durante la lettura di una storia, l’adulto propone al bambino vocaboli strettamente inerenti il codice scritto (quali “pagina”, “capitolo”), formule tipiche del testo narrativo (quali “c’era una volta…”, “e vissero felici e contenti”) e ancora, lo mette in contatto con alcune regole convenzionali di organizzazione del materiale scritto (andamento destra-sinistra, alto-basso, ecc.).
Il bambino acquisisce anche un primario "senso della storia", cioè delle “strutture narrative” fondamentali del racconto: inizio, centro e fine del racconto, inserendo, magari con il tempo, la possibilità di fare previsioni, procurando maggiore elasticità, sotto forma ludica, nell'acquisizione delle categorie temporali.

La costruzione del sé: identità personale e culturale
Le narrazioni a cui siamo esposti, a partire dall’infanzia, contribuiscono alla costruzione della nostra identità personale e culturale. I personaggi della narrazione, con le loro azioni incarnano i temi rilevanti della cultura, i suoi sistemi di valori, norme e credenze, i modi in cui è ritenuto accettabile comportarsi e perseguire i propri obiettivi, gli atteggiamenti puniti e biasimati, ecc. Attraverso i meccanismi di identificazione empatica con i personaggi, il lettore esplora se stesso e le proprie emozioni.

La dimensione affettiva-emotiva
In anni recenti alcuni studiosi come Bettelheim, Calò, Cirese, hanno sottolineato l’importanza delle fiabe nello sviluppo del bambino.
Le fiabe sono utili perché pongono il bambino di fronte ai principali problemi umani come il bisogno di essere amati, la sensazione di essere inadeguati, l’angoscia della separazione, la paura della morte ecc.
La fiaba dunque ha un importante valore educativo e terapeutico. Educativo perché induce il bambino ad accostarsi alla realtà, osservando ciò che accade senza sbilanciarsi troppo. Terapeutico perché, attraverso l’osservazione creativa della realtà, il bambino sperimenta emozioni nuove, o familiari, mantenendo la giusta distanza che lo aiuta a rafforzare la propria identità. Nelle fiabe infatti viene data molta importanza alle risorse personali, alla capacità del singolo nell’affrontare i problemi che la vita pone; il bambino trova negli eroi e nelle storie un sostegno emotivo di fronte alle prime difficoltà esistenziali, acquisisce informazioni rilevanti sul mondo dell’interiorità e delle emozioni, proprie e altrui, comprende le particolari circostanze da cui sono innescate, dove e come possono essere esibite e comunicate, quando devono essere controllate, come affrontarle, le ragioni di certi atteggiamenti ecc.
Nelle letture per i più piccoli, in particolare nelle fiabe, vengono sollecitate essenzialmente emozioni semplici, primarie (paura, gelosia, …), esperite in maniera poco consapevole e poco controllata cognitivamente. Sono soprattutto queste emozioni a creare problemi ai bambini perché sono difficili e dolorose da esprimere e quindi si prestano a essere evacuate attraverso comportamenti provocatori e di sfida che hanno l’effetto di farli sentire più soli e cattivi. “Quando si aiuta un bambino a pensare alle sue emozioni difficili attraverso una storia, si riesce ad evitare che tali emozioni gonfino dentro di lui fino a trasformarsi in una complicata situazione interiore. In altre parole, le storie possono diventare una parte vitale del sistema digestivo delle emozioni e dei sentimenti di un bambino sano” (Margot Sunderland, Raccontare le storie aiuta i bambini, Erickson).
Nelle letture “un po’ più mature”, buona parte delle emozioni che si provano sono legate all’empatia e all’identificazione con i personaggi. Si tratta di quelle risposte partecipatorie e di rispecchiamento negli stati emotivi dei personaggi che si innescano soprattutto se questi ultimi sono positivi e dotati di nobili scopi; consonanti con le nostre visioni del mondo; portatori di temi per noi rilevanti o più semplicemente affini a noi per età, sesso, situazioni di vita. L’empatia aumenta considerevolmente il piacere della lettura, la motivazione a proseguirla e migliora la comprensione del testo.


 “Il tuo bambino amerà i libri perché ama te”: La relazione genitore-figlio

Secondo Rita Valentino Merletti, una dei principali esperti in ambito di lettura ad alta voce, “L'intimità, la complicità che si crea tra un adulto e un bambino che leggono insieme ha buone probabilità di durare tutta la vita e spesso costituisce il migliore di tutti i ricordi”; in altre parole, la lettura della fiaba, dei racconti, ecc. diventa la via maestra per entrare in contatto con il mondo emotivo dei propri figli, quel contatto molti genitori lamentano di non avere. Provate ad accennare l’inizio di un racconto ad un bambino di tre/quattro anni: questi vi guarderà con gli occhi spalancati pronto ad ascoltare.
Affinchè avvenga la familiarizzazione del bambino con il materiale narrativo, è rilevante non solo la frequenza ma anche la qualità di tali esperienze e soprattutto “il clima affettivo” nel quale si situano.
Com'è facilmente intuibile, nella creazione di uno spazio favorevole alla lettura ciò che più conta è lo spazio mentale. La quiete e la serenità esteriori dovranno accompagnarsi a una reale disponibilità interiore. Niente insomma è più coinvolgente ed educativo per un bambino di qualcosa in cui l'adulto si senta veramente convinto. Nella lettura ogni minima esitazione o anche una superficialità di base con cui fosse condotta l'attività sarebbe inevitabilmente assorbita o peggio colta consapevolmente dal bambino e creerebbe un presupposto negativo, un'esperienza non piacevole e quindi di ostacolo al percorso di avvicinamento alla lettura. Non proporre racconti che non piacciono prima di tutto a chi legge. Ciò che si sente traspare inevitabilmente dalla lettura e rischia di trasmettere un messaggio contraddittorio e controproducente.
Preparazione: Il tono di voce, la ritmicità del linguaggio, se ben impostati e programmati, permettono al bambino di sentirsi a suo agio e fare l'esperienza con serenità. Leggere lentamente rispettando il ritmo del testo, con chiarezza e partecipazione anticipando a gesti ciò che sta per accadere: i bambini sono spesso incerti sull'accuratezza delle proprie reazioni emotive e un segnale da parte dell'adulto li rende più disponibili a manifestare appieno le proprie emozioni. Fategli domande: “cosa pensi che succederà adesso”? Lasciate che il bambino faccia domande e cogliete l’occasione per parlare.
L'ambiente fisico: La confortevolezza dell'arredamento è una caratteristica irrinunciabile per due motivi fondamentali, il senso di abbandono e il mantenimento dell'attenzione. La stanza non deve necessariamente essere troppo illuminata, la luce soffusa crea un senso di intimità che lega maggiormente i componenti del gruppo e svolge una funzione di sfondo alla lettura di fiabe o filastrocche.

Quando iniziare a leggere?
Si può iniziare un percorso di lettura ad alta voce con bambini di qualsiasi età purché il materiale proposto e la modalità presentata si adegui e stimoli le abilità e le capacità acquisite nella data fase evolutiva in cui il bambino si trova. Già a cinque o sei mesi di età i bambini mostrano interesse verso le immagini dei libri illustrati;
La lettura deve essere programmata in base alla risposta effettiva dei bambini all'attività, in base al tipo di libro proposto, in base anche a una inevitabile componente umorale che non può certo essere prevista.
Anche la durata dell'attività va programmata in base alla capacità di attenzione del bambino e mediamente non supera la mezz'ora. Prolungare eccessivamente il tempo dedicato alla lettura con bambini in età da 1 a 5 anni potrebbe significare annoiarli, o peggio forzarli, registrando così un primo clamoroso insuccesso del percorso il cui fine principale è avvicinare il bambino alla lettura.

Come scegliere un libro?
Tenendo presente la Teoria dello sviluppo cognitivo secondo lo psicologo svizzero Piaget, si possono individuare i libri utili a soddisfare le esigenze di lettura dei bambini nelle varie fasi della loro crescita.

FASE SENSOMOTORIA (0-2 anni): il bambino sviluppa la conoscenza tramite le attività motorie che lo mettono in relazione con la realtà circostante e generano degli effetti sensoriali.
In questa fase è importante proporre allora materiale che risponda alla sua esigenza di "sensorialità" con libri di diversi materiali, in particolare con inserti di stoffa o carte rumorose, piccoli sonagli, immagini in rilievo (Es. libri pop up). Si tratta di giocattoli, ma con una finalità intrinseca: avvicinare il bambino a quell'oggetto-libro mediante la risposta alla sua naturale curiosità e attraverso la stimolazione di quella che per lui è la primaria fonte di conoscenza cioè i sensi; il suo interesse principale sarà costituito dalla consistenza della carta, dal suo odore, dal fruscio prodotto, dai colori proposti dalle poche immagini, ecc..
Non si trascuri poi il concetto di "girare le pagine", anche se poche, come avvicinamento al meccanismo del libro, come richiamo a quella permanenza delle immagini e alla sorpresa portata dallo scorrere da una pagina all'altra.
I libri adatti a questa età avranno un linguaggio elementare, la parola scritta sarà quasi assente o sarà presente in brevi frasi, meglio se in rima o in forma di filastrocca.
La ritmicità proposta dalle filastrocche evoca nel bambino quasi un movimento fisico, quello del "cullarsi", che gli procura serenità e una buona disposizione verso l'attività in corso.

FASE PRE-OPERATORIA (dai 2/3 anni ai 7 anni): il bambino inizia a impadronirsi del linguaggio, a riconoscere forme via via sempre più complesse come numeri e lettere dell'alfabeto, ed apprende gradualmente il pensiero logico (ragiona su pensieri semplici).
In questa fase si possono proporre piccole storie, di cui il bambino saprà riconoscere gli elementi chiave; la sua capacità di attenzione sarà maggiore e dunque il numero di pagine potrà essere più consistente. Verso la fine di questa fase, il bambino avrà sviluppato un primario senso morale, che dovrà essere appagato con la scelta di storie a lieto fine dove "il cattivo" riceva l'adeguata punizione.
È importante inoltre, trovare il personaggio di una fiaba che compia azioni conosciute e quotidianamente svolte dal bambino, come andare a scuola, mangiare, lavarsi i denti, poiché permette di verificare indirettamente le sue competenze e la sua coscienza di quegli eventi quotidiani.

FASE OPERATIVA CONCRETA (dai 7 agli 11 anni): il pensiero è più flessibile, il bambino è in grado di ripercorrere mentalmente le proprie azioni (reversibilità del pensiero), pertanto l'accresciuta capacità di ragionamento può essere stimolata con piccoli gialli e libri realistici simili a quelli "dei grandi".

FASE OPERATIVA FORMALE (dagli 11 ai 14 anni): il ragazzo diventa capace di considerare tutte le possibili combinazioni relative a un problema nella sua globalità e di riflettere su una situazione ipotetica. In questa fase è fondamentale la varietà tematica proposta che possa consentire uno spunto di riflessione alle domande tipiche di questa età (identità, sessualità, relazione con i coetanei, ecc.).




Lo psicologo: questo "strano" individuo!



PREGIUDIZI E MITI DA SFATARE
Quando pensiamo allo psicologo, l’immagine più gettonata che torna in mente è quella del paziente steso sul lettino mentre il professionista è seduto alle sue spalle e ascolta attentamente prendendo appunti oppure nel caso peggiore scarabocchia il suo block-notes!. 



Sono molti i pregiudizi e i miti che aleggiano intorno a questa professione: spesso lo psicologo è visto come colui che dispensa consigli, gli stessi che potrebbe dare chiunque, ma con il vantaggio di essere pagato a fine seduta! 




Altre volte è visto come una persona sempre attenta ad analizzare, ovunque si trovi, ogni piccolo gesto o esclamazione della gente che gli sta intorno!


In altre occasioni si pensa a lui come se fosse un santo, un uomo “non tanto umano” dotato di un perenne self control e sempre in equilibrio psico-fisico. 



In realtà, riportando una definizione umoristica presente sul web…
Noi psicologi “DORMIAMO, MANGIAMO, CI SBAGLIAMO, NON SIAMO CHIAROVEGGENTI NE’ TELEPATICI. SMETTIAMO DI ESSERE PSICOTERAPEUTI NELLE RIUNIONI FAMILIARI, ABBIAMO BISOGNO DI VACANZE E NON SIAMO SANTI, STUDIAMO MOLTO, ABBIAMO UNA VITA PERSONALE E SOCIALE. CI INNAMORIAMO E SOFFRIAMO ANCHE PER AMORE. E A VOLTE CI DEPRIMIAMO, CI STRESSIAMO E SIAMO DI CATTIVO UMORE.” 

Direi a questo punto, semplicemente che lo psicologo è un uomo con debolezze e limiti come tutti; proprio per questo può comprendere la sofferenza degli altri e attraverso la sua preparazione può prendersene carico.

Purtroppo esiste ancora l’idea che lo psicologo sia il "medico dei matti" e che rivolgersi a lui significhi essere "svitati" o "diversi"; forse non tutti lo pensano, ma quanti di voi sono certi che si rivolgerebbero a lui se ne avessero bisogno? E dopo quanto tempo lo farebbero? E ne parlerebbero con qualcuno?

Nel 1984, l’OMS definì il CONCETTO DI SALUTE MENTALE non più come “assenza di malattia” ma come un “completo stato di benessere fisiologico, psicologico e sociale” che permette di avere un buon livello di qualità della vita". Pertanto, andare dallo psicologo significa prendersi cura della propria salute mentale, che va di pari passo con quella fisica, e di conseguenza consente di migliorare notevolmente la qualità totale della propria esistenza.

Cosa fa lo Psicologo?
Innanzitutto lo psicologo ha conseguito una laurea in Psicologia, ha svolto un tirocinio e sostenuto un esame di stato; inoltre, per poter esercitare la sua professione deve essere iscritto all’albo degli psicologi. 
La sua professione è regolamentata dalla Legge 56/89.

Definizione della professione di psicologo
La professione di psicologo comprende l'uso degli strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità. Comprende altresì le attività di sperimentazione, ricerca e didattica in tale ambito (art.1 Legge 56/89).

Quando rivolgersi a lui?
Un supporto psicologico può essere utile per superare una crisi temporanea, per delle esigenze di orientamento, per raggiungere una maggiore e migliore consapevolezza di sé, degli altri e del proprio contesto familiare, sentimentale, sociale, lavorativo o scolastico; oppure per elaborare/superare un qualsiasi evento nella propria esistenza che riteniamo difficile affrontare (come cambiare lavoro, sposarsi, crescere, avere dei figli, superare degli esami, etc.). un supporto psicologico è sicuramente utile nel caso di sintomatologie invalidanti come ansia, attacchi di panico, fobie ecc. 
Nel caso dei bambini può risultare utile nel caso in cui manifestino comportamenti sintomatici (es. ripetuti mal di pancia o mal di testa di origine non organica, eccessiva irrequietezza, comportamenti regressivi come pipì a letto, desiderio di tornare a dormire nel lettone con mamma e papà, ecc.).
Utilizzando le proprie competenze lo psicologo può lavorare efficacemente in moltissimi ambiti, tra cui citiamo:
Crescita personale
Corsi, gruppi o anche incontri individuali allo scopo di lavorare per la crescita emotiva, cognitiva, relazionale, ecc.
Gli argomenti principali possono essere:
o Comunicazione;
o Autostima;
o Intelligenza emotiva;
o Autoefficacia;
o Creativita';
o Relazioni di coppia;
Benessere psicofisico
o Controllo del peso;
o Controllo dell'abitudine al fumo;
o Cambiamento delle abitudini in genere;
o Gestione dello stress;
o Controllo e gestione delle emozioni;
Settore Clinico
o Interventi sulla famiglia;
o Riabilitazione cognitiva;
o Riabilitazione psicosociale;
o Valutazioni cliniche;
o Perizie;
o Diagnosi
Ambito Sociale
o Nelle Comunita';
o Scuole;
o Carceri;
o Immigrazione;
o con gli Anziani;
o ecc.
Psicologia del lavoro o aziendale
o Selezione del personale;
o Gestione delle risorse umane;
o Formazione;
o Marketing;
o Pubblicita';
o Psicologia del turismo;