mercoledì 29 giugno 2016

Tra la culla e il lettino preferisco il lettone!





Non c’è mai stato un bambino così adorabile
 che sua madre non sia stata felice di mettere a dormire
 (Ralph Waldo Emerson)



Edoardo, un bambino di quattro anni, dorme da sempre nel lettone con i suoi genitori: sì è abituato all’odore della sua mamma e il suo sonno è sereno solo quando sta con lei. La culla per lui, invece è scomoda, certamente più spaziosa ma meno accogliente, il cuscino non è né familiare né profumato e non riesce ad addormentarsi oppure si risveglia facilmente al minino rumore. Le braccia della mamma invece sono magiche, è sufficiente che lei gli sorrida e lo coccoli affinché lui si addormenti velocemente; e se si svegliasse durante la notte, basterebbe poco per accertarsi che lei è li vicino e che può proteggerlo dai fantasmi del buio.
Anche la sua mamma, Angela, è serena quando lo tiene tra le sue braccia. Tutto il giorno è  impegnata, sempre di corsa e non ha il tempo che vorrebbe per dedicarsi a lui. Inoltre, Edoardo a volte è nervoso e capriccioso e lei spesso si sente in colpa, pensa di non essere una madre abbastanza brava e presente perché ha “scelto” anche di lavorare! La sera è l’unico momento in cui può “spupazzare” suo figlio senza guardare l’orologio e pensare al lavoro, alla casa e alla spesa. E allora, ne approfitta, lo tiene stretto a sé e si chiede, “che male può fare tenerlo con me durante la notte?” 
Arriva  l’estate e fa caldo; sia Angela  che suo marito Marco, iniziano a non riposare bene, si svegliano spesso, non possono muoversi come vorrebbero, per non parlare della loro intimità, diventata ormai ridotta e fugace. Da quando sono diventati genitori, non riescono più a ritagliarsi un po’ di tempo solo per loro due, come  ad esempio una cena tranquilla o un film, cose semplici insomma ma ormai impensabili!
Il tempo passa, Edoardo sta crescendo e ha paura del buio. In alcuni periodi, quando è più irrequieto, ha persino il timore di muoversi in casa da solo. Spesso Marco deve accompagnarlo in bagno e accendere la luce, ma a niente servono le sue parole di rassicurazione e incoraggiamento; l’unico modo efficace e quello di stare con lui. Edoardo è sempre attaccato a uno di loro.

Questa è una storia come tante, in cui viene narrata la difficoltà di un bambino di “separarsi” da mamma e da papà  e la difficoltà dei suoi genitori di rassicurare il loro figlio nonostante impieghino tanta pazienza ed energie.

I primi anni di vita

A partire dai primi anni di vita è importante che il bambino inizi a dormire nella culla: si tratta di un passaggio al quale protesterà con irrequietezza e pianto e  se la madre (o il padre), lo prenderà in braccio non appena inizierà e reclamare maggiori attenzioni, non farà altro che rafforzare il lui la sensazione che solo in braccio si possa stare bene. Metterlo nella culla, rassicurarlo, magari cantandogli anche una ninna nanna, sarà a lungo termine una strategia molto più efficace. Certo, è più facile a dirsi che a farlo! Sarà necessario lasciarlo lamentarsi per un po’ o a volte piangere, e saranno proprio quei momenti in cui i genitori, “attanagliati dai sensi di colpa” dovranno “dimostrarsi convinti”, restandogli vicino. In questo modo si manderà il messaggio che la culla è un posto sicuro e il bambino potrà rafforzare il suo senso di sé e adottare delle strategie per consolarsi da solo. 
Ad esempio, alcuni bambini tendono a succhiarsi il pollice, altri a toccarsi i capelli, altri ancora si attaccano a qualche oggetto. Ovviamente, ci saranno tanti altri momenti in cui i genitori dovranno prenderlo in braccio e consolarlo per poi rimetterlo in culla. 
Winnicott, psicanalista e pediatra inglese, sosteneva che la madre “sufficientemente buona” è quella madre imperfetta ma affettivamente presente, che si adatta ai bisogni del bambino, dosando opportunamente il livello di frustrazione. Una donna autentica che con ansie, preoccupazioni, stanchezza e sensi di colpa è in grado di trasmettere sicurezza e amore. “La madre sufficientemente buona comincia con un adattamento quasi completo ai bisogni del suo bambino e via via che il tempo procede vi si adatta gradualmente meno a seconda della capacità crescente che il bambino ha di fronte al suo venir meno”(1974); in questo modo lo aiuterà a sviluppare le proprie risorse interne.
Quando la culla comincia a diventare troppo piccola, è fondamentale iniziare a “preparare la cameretta”, coinvolgendo il bambino, magari scegliendo i colori che piacciono a lui o sistemando insieme l’angolo dei giocattoli. La cameretta dovrà essere il suo “spazio privato”, colorato e accogliente, pertanto, iniziare a giocare lì dentro, sia di giorno che di sera, sarà un modo per creare  un senso di familiarità.
Il passaggio nel lettino sarà comunque difficile per entrambi. Molte volte sarà più dura per i genitori che sentiranno la sua mancanza e avranno il bisogno di andare a controllare durante la notte che dorma sereno e beato. Anche per il bambino, all’inizio, sarà faticoso ritrovarsi da solo in una stanza nuova, al buio senza la sua mamma e il suo papà; penserà che la cameretta sia pericolosa, che ci siano i mostri nascosti nell’armadio e tenterà di ritornare nel lettone.
E se già la separazione è stata dolorosa per mamma e papà, figuriamoci come possano sentirsi al solo pensiero di rimandare il loro bambino in cameretta ora che ha paura e che piange. Con molte probabilità gli consentiranno di dormire nel letto dicendogli “solo per oggi”, ma il bambino, che avrà paura anche il giorno dopo, ci riproverà.

Ma cosa comporta per una bambino dormire nel lettone con mamma e papà?

Il genitore che consente a un bambino di dormire nel lettone gli impedisce, senza rendersene conto, di farlo diventare autonomo, di fargli sperimentare delle strategie per cavarsela da solo. Se il bambino teme che nella sua camera ci siano i mostri allora è importante che impari a sconfiggere la sua paura affinché acquisisca forza e fiducia in se stesso. Sarà indispensabile, allora, accogliere l’angoscia del bambino, rassicurarlo sulle sue paure e riaccompagnarlo nel suo letto, restandogli accanto per un po’.
Winnicott sosteneva che la capacità di essere soli è un fenomeno strettamente legato alla maturità affettiva, dove l’ambiente che lo sostiene viene gradualmente introiettato e strutturato nella personalità dell’individuo.

Suggerimenti

Una buona abitudine, che rende piacevole il passaggio nella cameretta, consiste nella lettura delle favole appena messi a letto. È utile che siano entrambi i genitori a leggerle, magari alternandosi a seconda dei giorni. Il momento della nanna diventerà, in questa maniera, un momento unico che con molte probabilità costituirà uno dei migliori ricordi della relazione con i propri genitori. Inoltre, le favole consentono di affrontare tematiche riguardanti la crescita e diventano un ottimo strumento per la loro gestione emotiva.
Il bambino, potrà superare la sua paura solo affrontandola e lentamente imparerà che il sonno è una specie di viaggio e che al suo ritorno, i suoi genitori saranno lì ad aspettarlo; diventerà un bambino più sicuro e questo si rifletterà su altri aspetti del suo comportamento.

Per approfondire l’argomento leggi anche:



PROPOSTE PER LA LETTURA
“Il gufo che aveva paura del buio” di Jill  Tomlinson



lunedì 4 gennaio 2016

Durante una cena indimenticabile


“Allora mi raccomando, restate attaccati in fila indiana e se avete bisogno di qualsiasi cosa chiamatemi!”.

La porta si apre e mi ritrovo catapultata in un’altra realtà! Sento un enorme frastuono, il vociare confuso tra l’allegria e lo smarrimento degli altri commensali entrati in sala prima di me. Riconosco diversi odori nell’aria, qualche profumo familiare, l’odore della pelle di qualche giacca.
“Che brutta sensazione, ma perché ho accettato? E se mi sentissi male? Se mi mancasse l’aria cosa dovrei fare?..ah...si mi ritorna in mente Domenico! Lui sarà la mia coperta di Linus, la mia base sicura".
C’è caos intorno a me eppure riesco a  sentire il cuore, il suo battito fastidioso che non fa altro che farmi sentire più agitata. L’unico punto fermo è la spalla sulla quale ho la mano “aspetta non scappare!”.
“Ma in che direzione stiamo andando? Prima a sinistra e poi a destra; “Non vedo l’ora di arrivare al tavolo!”.“Finalmente … eccoci. 
Domenico intanto indica i posti, “bene mi posso accomodare. Mi siedo e mi levo la giacca, generalmente eseguo queste azioni al contrario ma per oggi faccio un’eccezione!”.
Per prima cosa illustro il “territorio”: il piatto, le posate, i due bicchieri, il tovagliolo, lo spazio tra la mia postazione e quella degli altri.
Passiamo alle presentazioni: inizio dalla mia sinistra, devo memorizzare le voci, associare ad ogni nome una voce (pensiero banale ma proprio azzeccato stasera!).
Rivolgo la parola a Domenico, non ho un reale bisogno di comunicargli qualcosa ma la sua voce mi rassicura, giunge direttamente al cuore e trasmette una forte empatia.
Arriva la cena, "ora iniziamo a divertirci… ma non troppo, devo concentrarmi! Buon appetito!”
Il primo tentativo va a buon fine: "una crocchetta di patate, un po’ fredda ma va bene lo stesso, e poi è facile da mangiare! Cerchiamo di capire cos’altro c’è nel piatto: dicono che ci sia la parmigiana ma non la trovo … ah no..eccola! Dovrei tagliarla ma è tutto complicato stasera!".
Allora la bottiglia di plastica contiene l’acqua, mentre quella di vetro contiene il vino. “Non vorrei versarlo sulla tavola, meglio avvicinare la bottiglia al bicchiere e rialzarla subito.”
Mi ritorna in mente il concetto di “polisensualismo”, approcciarsi al cibo con i vari sensi: “dovrei fare questo stasera! Solo che il mio olfatto non è molto sensibile, maledetta allergia! Non sento nemmeno l’odore del vino! Proviamo il sapore. Ma come!!! Questo bicchiere è vuoto! Che stupida! Ho cercato di versarlo come se lo stessi vedendo e invece devo affidarmi all’udito, sentire il gorgoglio del vino che scende nel bicchiere! Ci riprovo. Bene, questa volta ce l’ho fatta di sicuro!” Sono piccoli movimenti che faccio numerose volte al giorno eppure oggi mi risultano complicati.
Sono così concentrata a mangiare che sto parlando pochissimo, non sono di buona compagnia, ma ogni piccolo gesto è faticoso, come mangiare questo roast beef, non riesco a tagliarlo. Mi immagino dall’esterno come un bambino alla prime armi, mi sto sporcando! Menomale che non può vedermi nessuno! Chissà come staranno mangiando gli altri, se avranno le mie stesse difficoltà. 
Ora inizio a capire la rabbia di alcuni utenti conosciuti durante il servizio civile. Ricordo Luca, un uomo di sessant’anni colpito da una malattia degenerativa che non riusciva più a compiere gesti semplici come portare la forchetta alla bocca e ogni volta si arrabbiava terribilmente. Un giorno si innervosì talmente tanto da lanciare il pollo sulla tavola. Non avevo mai capito come si sentisse! Certo avevo immaginato che non fosse facile e che fosse normale sentirsi arrabbiati ma ora riesco a comprendere qualcosa in più: sentirsi impotenti, ostacolati e intrappolati dal proprio corpo, arrabbiarsi con se stessi e anche con gli altri che molto spesso sono imbarazzati dalle difficoltà che vedono e altre volte ti giudicano, anche solo con lo sguardo.
Ma che ore sono? I miei occhi sono stanchi. Mi sembra di stare da sola in mezzo alla folla; nonostante ci siano tante persone intorno a me  ho difficoltà a relazionarmi con gli altri, mi viene quasi spontaneo restare in silenzio e ascoltare.
Inizia il conto alla rovescia: tre, due, uno…LUCE! UNA FORTISSIMA LUCE DA IMPEDIRE AGLI OCCHI DI GUARDARE…MI SENTO QUASI SMARRITA. NON IMMAGINAVO CHE LA SALA FOSSE COSI’ GRANDE. MI GUARDO INTORNO, TUTTI HANNO UN’ESPRESSIONE SORRIDENTE E SORPRESA (COME SE STESSERO VEDENDO PER LA PRIMA VOLTA) E ANCHE SOLLEVATA PER ESSERE TORNATI ALLA NORMALITA’. 
Ti va di partecipare a una cena al buio?” Si tratta di una cena proposta dall’Unione italiana dei Ciechi, con l’obiettivo di avvicinarsi al mondo dei non vedenti e comprenderne qualche aspetto. La serata inizia così: ogni tavolo ha un cameriere non vedente di riferimento, il quale accompagna i propri commensali in una stanza completamente buia e in fila indiana. Li aiuta a prendere posto e dopo un breve ambientamento inizia la cena. Il cameriere serve i piatti ma senza dire cosa contengano. Il tutto si svolge nell’arco di due ore circa nel buio più fitto...ovviamente senza cellulari."
Quando mi hanno proposto di vivere quest’esperienza ho accettato subito, spinta dalla curiosità e dall’idea che sarebbe stato utile e forse anche divertente.
In realtà, mi sono divertita poco ma la rifarei perché sono del parere che sia un’esperienza ricca di insegnamenti che non possono essere appresi solo in due ore. “Riviverla consentirebbe indubbiamente di "vedere" qualcosa di diverso che prima non si è stati in grado di cogliere; proprio come quando si guarda un bel panorama: la prima volta sorprende e la seconda si colgono nuovi particolari.

 “E’ cieco chi guarda solo con gli occhi” (proverbio africano)

Credo che ognuno di noi dovrebbe SPERIMENTARSI in questi eventi, semplicemente perché consentono di cambiare prospettiva, di andare oltre il proprio orizzonte e scoprire nuove terre.
Inevitabilmente, una cena al buio porta a metterti nei panni dell’altro e a sviluppare quell’empatia necessaria per comprendere una minima parte delle difficoltà che vivono i non vedenti. Parlare con loro, ascoltare i loro vissuti, le loro storie rende ancora più chiara la loro forza d’animo, le loro capacità e le loro numerose resilienze. 
Per vivere pienamente questa esperienza bisogna buttarsi, non avere paura di sbagliare, di sporcarsi, di sembrare ridicolo; accettare le proposte e fare cose che non avresti immaginato di fare, come provare a servire i piatti, muoversi nel buio totale consente di avere una maggiore consapevolezza del proprio corpo. E ovviamente per fare questo devi “fidarti ciecamente” del tuo Cicerone che "vede" molto meglio di te!