lunedì 4 gennaio 2016

Durante una cena indimenticabile


“Allora mi raccomando, restate attaccati in fila indiana e se avete bisogno di qualsiasi cosa chiamatemi!”.

La porta si apre e mi ritrovo catapultata in un’altra realtà! Sento un enorme frastuono, il vociare confuso tra l’allegria e lo smarrimento degli altri commensali entrati in sala prima di me. Riconosco diversi odori nell’aria, qualche profumo familiare, l’odore della pelle di qualche giacca.
“Che brutta sensazione, ma perché ho accettato? E se mi sentissi male? Se mi mancasse l’aria cosa dovrei fare?..ah...si mi ritorna in mente Domenico! Lui sarà la mia coperta di Linus, la mia base sicura".
C’è caos intorno a me eppure riesco a  sentire il cuore, il suo battito fastidioso che non fa altro che farmi sentire più agitata. L’unico punto fermo è la spalla sulla quale ho la mano “aspetta non scappare!”.
“Ma in che direzione stiamo andando? Prima a sinistra e poi a destra; “Non vedo l’ora di arrivare al tavolo!”.“Finalmente … eccoci. 
Domenico intanto indica i posti, “bene mi posso accomodare. Mi siedo e mi levo la giacca, generalmente eseguo queste azioni al contrario ma per oggi faccio un’eccezione!”.
Per prima cosa illustro il “territorio”: il piatto, le posate, i due bicchieri, il tovagliolo, lo spazio tra la mia postazione e quella degli altri.
Passiamo alle presentazioni: inizio dalla mia sinistra, devo memorizzare le voci, associare ad ogni nome una voce (pensiero banale ma proprio azzeccato stasera!).
Rivolgo la parola a Domenico, non ho un reale bisogno di comunicargli qualcosa ma la sua voce mi rassicura, giunge direttamente al cuore e trasmette una forte empatia.
Arriva la cena, "ora iniziamo a divertirci… ma non troppo, devo concentrarmi! Buon appetito!”
Il primo tentativo va a buon fine: "una crocchetta di patate, un po’ fredda ma va bene lo stesso, e poi è facile da mangiare! Cerchiamo di capire cos’altro c’è nel piatto: dicono che ci sia la parmigiana ma non la trovo … ah no..eccola! Dovrei tagliarla ma è tutto complicato stasera!".
Allora la bottiglia di plastica contiene l’acqua, mentre quella di vetro contiene il vino. “Non vorrei versarlo sulla tavola, meglio avvicinare la bottiglia al bicchiere e rialzarla subito.”
Mi ritorna in mente il concetto di “polisensualismo”, approcciarsi al cibo con i vari sensi: “dovrei fare questo stasera! Solo che il mio olfatto non è molto sensibile, maledetta allergia! Non sento nemmeno l’odore del vino! Proviamo il sapore. Ma come!!! Questo bicchiere è vuoto! Che stupida! Ho cercato di versarlo come se lo stessi vedendo e invece devo affidarmi all’udito, sentire il gorgoglio del vino che scende nel bicchiere! Ci riprovo. Bene, questa volta ce l’ho fatta di sicuro!” Sono piccoli movimenti che faccio numerose volte al giorno eppure oggi mi risultano complicati.
Sono così concentrata a mangiare che sto parlando pochissimo, non sono di buona compagnia, ma ogni piccolo gesto è faticoso, come mangiare questo roast beef, non riesco a tagliarlo. Mi immagino dall’esterno come un bambino alla prime armi, mi sto sporcando! Menomale che non può vedermi nessuno! Chissà come staranno mangiando gli altri, se avranno le mie stesse difficoltà. 
Ora inizio a capire la rabbia di alcuni utenti conosciuti durante il servizio civile. Ricordo Luca, un uomo di sessant’anni colpito da una malattia degenerativa che non riusciva più a compiere gesti semplici come portare la forchetta alla bocca e ogni volta si arrabbiava terribilmente. Un giorno si innervosì talmente tanto da lanciare il pollo sulla tavola. Non avevo mai capito come si sentisse! Certo avevo immaginato che non fosse facile e che fosse normale sentirsi arrabbiati ma ora riesco a comprendere qualcosa in più: sentirsi impotenti, ostacolati e intrappolati dal proprio corpo, arrabbiarsi con se stessi e anche con gli altri che molto spesso sono imbarazzati dalle difficoltà che vedono e altre volte ti giudicano, anche solo con lo sguardo.
Ma che ore sono? I miei occhi sono stanchi. Mi sembra di stare da sola in mezzo alla folla; nonostante ci siano tante persone intorno a me  ho difficoltà a relazionarmi con gli altri, mi viene quasi spontaneo restare in silenzio e ascoltare.
Inizia il conto alla rovescia: tre, due, uno…LUCE! UNA FORTISSIMA LUCE DA IMPEDIRE AGLI OCCHI DI GUARDARE…MI SENTO QUASI SMARRITA. NON IMMAGINAVO CHE LA SALA FOSSE COSI’ GRANDE. MI GUARDO INTORNO, TUTTI HANNO UN’ESPRESSIONE SORRIDENTE E SORPRESA (COME SE STESSERO VEDENDO PER LA PRIMA VOLTA) E ANCHE SOLLEVATA PER ESSERE TORNATI ALLA NORMALITA’. 
Ti va di partecipare a una cena al buio?” Si tratta di una cena proposta dall’Unione italiana dei Ciechi, con l’obiettivo di avvicinarsi al mondo dei non vedenti e comprenderne qualche aspetto. La serata inizia così: ogni tavolo ha un cameriere non vedente di riferimento, il quale accompagna i propri commensali in una stanza completamente buia e in fila indiana. Li aiuta a prendere posto e dopo un breve ambientamento inizia la cena. Il cameriere serve i piatti ma senza dire cosa contengano. Il tutto si svolge nell’arco di due ore circa nel buio più fitto...ovviamente senza cellulari."
Quando mi hanno proposto di vivere quest’esperienza ho accettato subito, spinta dalla curiosità e dall’idea che sarebbe stato utile e forse anche divertente.
In realtà, mi sono divertita poco ma la rifarei perché sono del parere che sia un’esperienza ricca di insegnamenti che non possono essere appresi solo in due ore. “Riviverla consentirebbe indubbiamente di "vedere" qualcosa di diverso che prima non si è stati in grado di cogliere; proprio come quando si guarda un bel panorama: la prima volta sorprende e la seconda si colgono nuovi particolari.

 “E’ cieco chi guarda solo con gli occhi” (proverbio africano)

Credo che ognuno di noi dovrebbe SPERIMENTARSI in questi eventi, semplicemente perché consentono di cambiare prospettiva, di andare oltre il proprio orizzonte e scoprire nuove terre.
Inevitabilmente, una cena al buio porta a metterti nei panni dell’altro e a sviluppare quell’empatia necessaria per comprendere una minima parte delle difficoltà che vivono i non vedenti. Parlare con loro, ascoltare i loro vissuti, le loro storie rende ancora più chiara la loro forza d’animo, le loro capacità e le loro numerose resilienze. 
Per vivere pienamente questa esperienza bisogna buttarsi, non avere paura di sbagliare, di sporcarsi, di sembrare ridicolo; accettare le proposte e fare cose che non avresti immaginato di fare, come provare a servire i piatti, muoversi nel buio totale consente di avere una maggiore consapevolezza del proprio corpo. E ovviamente per fare questo devi “fidarti ciecamente” del tuo Cicerone che "vede" molto meglio di te!


4 commenti:

  1. Bella esperienza e articolo ben scritto, complimenti

    RispondiElimina
  2. Il tuo articolo fà riflettere. In effetti solo provando certe esperienze possiamo capire le difficoltà di chi non vede con gli occhi. E tu sei molto brava nel raccontarlo e trasmettere queste sensazioni.

    RispondiElimina